Massimo Spattini

 

Medico Chirurgo

Specialista in Medicina dello Sport

Specialista in Scienza dell'Alimentazione

American Board Certification of Anti-aging & Regenerative Medicine

 

 

 

 

 

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OMEGA 3

NEW PARMA - mar/apr 2009

 

 

La dieta dell’uomo moderno non contiene abbastanza cibi ricchi di omega-3. Alcuni acidi grassi omega-3 sono soprattutto contenuti nei semi e nelle piante dei climi freddi, nelle parti verdi dei vegetali (acido linolenico) e nelle carni e negli oli estratti dai pesci dei mari freddi, come lo sgombro, il salmone, l’aringa, tonno e merluzzo (DHA e EPA).

Con l’aumento di un mercato mondiale del cibo, e le seguente necessità di lavorare industrialmente i cibi, la maggior parte delle persone consuma cibi lavorati o che sono stati alterati rispetto la loro forma originale.

Ad aggravare questo problema, esiste da parte delle industrie alimentari, lo specifico intento di rimuovere gli acidi grassi omega-3 dai cibi per proteggerli dal deterioramento e prolungare la scadenza. In effetti i cibi che contengono omega-3 diventano più facilmente “cattivi” in quanto gli acidi grassi  polinsaturi attirano l’ossigeno e più facilmente si ossidano o irrancidiscono.

Ironicamente la caratteristica di legare l’ossigeno facilmente è proprio la ragione per cui gli acidi grassi insaturi sono così utili per la nostra salute:  perché aiutano a trasportare l’ossigeno nel corpo. Mentre nei cibi industriali la lavorazione dei medesimi tende a rimuovere la maggior parte degli omega-3, quella che rimane è probabilmente distrutta dall’idrogenazione. L’idrogenazione è l’aggiunta di idrogeno ad oli insaturi liquidi e facilmente deteriorabili facendoli diventare saturi, solidi e più duraturi. Esempio tipico è la margarina. Il problema è che durante questi processi di lavorazione dei cibi gli oli vengono raffinati portandoli a temperature molto alte; questi processi  portano a delle modificazioni strutturali degli acidi grassi che dalla forma “CIS” l’unica presente in natura, passano alla forma       “TRANS”. Oggi si considera che circa il 10% della razione alimentare possa essere fornita da acidi grassi “trans“. Il fenomeno è preoccupante perché l’organismo non riesce a distinguere questi acidi grassi “trans” durante la digestione, l’assimilazione e l’incorporazione in molecole più complesse come quelle costituenti le membrane cellulari. Questi acidi grassi “trans” in definitiva poi si comportano come veleni, come agenti bloccanti antagonisti degli acidi grassi essenziali.

La dieta dell’uomo preistorico e la tradizionale dieta mediterranea erano notevolmente più ricca di omega-3 rispetto a quella delle persone che vivono nella civiltà moderna.

Si ritiene che il rapporto tra acidi grassi omega-6 e omega-3 fosse vicino a 1, oggigiorno è come minimo 10 se non in certi casi vicino a 30. Questo squilibrio crea una maggior formazione di prostaglandine di tipo 2, con azione infiammatoria che possono essere alla base della gran parte di malattie croniche di tipo degenerativo che affliggono  l’uomo della società moderna. Durante l’occupazione tedesca, nell’ultima Guerra Mondiale, i Norvegesi, costretti a ritornare alla loro dieta tradizionale a base di pesce, fagioli e cereali integrali, data la scarsa disponibilità di cibi industriali, registrano un calo del 10% delle malattie quali schizofrenia, malattie cardiovascolari e il cancro.

Non è difficile capire l’importanza degli omega-3 nel funzionamento del sistema nervoso centrale se ci rendiamo conto che almeno il 30% del cervello umano è costituito da DHA. In effetti il latte materno è una fonte molto ricca di DHA e studi effettuati sui bambini allattati con latte artificiale che non comprendevano DHA (come tutti i tipi di latte artificiali), hanno dimostrato che questi bambini potevano avere un rischio aumentato del doppio di contrarre disfunzioni neurologiche più tardi negli anni. Esistono delle evidenze sperimentali che gli omega-3 possono avere un’influenza positiva sulla resistenza all’insulina e quindi esercitare una sorta di prevenzione nei confronti dell’insorgenza del diabete. In uno studio del 1993 scoprirono che l’insulino-resistenza è in relazione al tipo di acidi grassi di cui sono costituite le membrane cellulari. Più omega-3 e omega-6 sono presenti nelle membrane cellulari più elevata è la sensibilità all’insulina, più acidi grassi saturi ci sono e più elevata è la resistenza. Gli acidi grassi omega-3 avendo questo effetto di modulazione sulla permeabilità e sulla sensibilità delle membrane cellulari all’insulina possono probabilmente esercitare degli effetti di tipo ergogenico, cioè di miglioramento nelle prestazioni sportive, rendendo le cellule muscolari più permeabili ai nutrienti quali glucosio e aminoacidi.

Tra gli effetti biologici degli omega-3, troviamo un aumento del tempo di coagulazione, una ridotta adesività piastrinica, un abbassamento dei livelli di colesterolo e trigliceridi, una migliorata fluidità di membrana soprattutto dei globuli rossi, con conseguente miglioramento del trasporto dell’ossigeno ai tessuti periferici ed un orientamento verso la produzione di prostaglandine di tipo antinfiammatorio e a carattere vasodilatatore.

Da quanto finora esposto, pare evidente che gli acidi grassi polinsaturi e soprattutto gli omega-3, rivestono un ruolo importante per la salute dell’individuo.

 

 

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